Radio Migranti

BREVE ENCICLOPEDIA DEL FUMO

Arben Dedja è nato a Tirana (Albania) nel 1964. Si è laureato in Medicina e Chirurgia nella sua città natale nel 1988. Dopo aver lavorato per 3 anni come medico condotto nel nord dell’Albania, si è specializzato in Chirurgia Generale, sempre a Tirana. Ha poi lavorato per 5 anni come urologo nel Ospedale Centrale di Tirana, prima di lasciare il suo paese per approdare in Italia, a Padova, dove tutt’ora vive, nel 1999. Ha lavorato per 11 anni come assegnista e poi ricercatore (precario) presso l’Università degli Studi di Padova pubblicando articoli scientifici nel campo della trapiantologia e delle cellule staminali. Attualmente svolge la sua attività di microchirurgia sperimentale sempre a Padova presso enti privati di ricerca, mentre sta concludendo la sua tesi di dottorato con il Dipartimento di Pediatria dell’Università di Padova sulla broncodisplasia polmonare nei neonati prematuri.

E’ stato ospite del Campus RadioMigranti “Ascolti condivisi” tenutosi a Trieste presso l’Istituto per Geometri.
Arben ci ha “donato” il suo “Piccola enciclopedia del fumo”, racconto che indaga tra le culture.

Breve enciclopedia del fumo

Ecco l’incipit del testo

Breve enciclopedia del fumo

Inizio con una storia. Una vecchia storia albanese. Un tale doveva incontrare per affari il socio, con il quale era anche “fratello di sangue”, cioè molto legato. Si ammalò, oppure dovette andare via per un impegno imprescindibile e così aveva inviato suo figlio, molto giovane, per quell’incontro. Il figlio si presentò, il socio del padre lo accolse con tutti gli onori, parlarono della vita, della salute, d’affari. Questo giovane figlio del socio entrò nelle simpatie dell’uomo. Osservata la prassi del caffè, l’uomo gli offrì una sigaretta. Il ragazzo, con molto garbo, la rifiutò. Era tanto giovane, non fumava ancora, disse. Nessun problema, e tutto andò come prima: molta cordialità, fino alla fine della giornata. Dopo un po’ di tempo i due soci si rividero. Mentre parlavano, il primo chiese come si era trovato quella volta con suo figlio. «Oh, tutto bene» disse l’altro e menzionò le numerose qualità che aveva trovato nel figlio del socio «solo», disse «solo, quel giorno, conversammo ma…non scambiammo nessuna conversazione»: non avevano scambiato tra di loro alcuna sigaretta.

Quando nacqui io questa storia rispecchiava bene lo stretto rapporto degli albanesi con il fumo. Le mie impressioni da bambino erano solo un po’ distorte, nel senso che io pensavo che fossero le donne a fumare di più, forse perché i bambini, maschi e femmine, sono stregati dal mondo femminile. Come prima cosa: la mamma fumava e mio padre no [per la maggior parte della sua vita mio padre fu astemio. Imparò a bere e fumare (e non poteva essere altrimenti) in Cina, a quarant’anni, dove aveva vissuto per un anno. Era andato, in piena Rivoluzione Culturale, con un gruppo di medici albanesi per la specializzazione, lui in chirurgia toracica. Non ha mai imparato il cinese, aveva pochi contatti con la popolazione e non gli mancava nulla, ma i chirurghi hanno un sesto senso per capire le sofferenze. Di mattina presto, capitava che il primo ministro Zhou Enlai passasse a salutarli prima di andare a dormire (come Richelieu, anche lui lavorava di notte e dormiva di giorno). Erano forse gli unici stranieri in tutta Pechino, Zhou s’interessava su come se la passassero i compagni albanesi (comunicavano in russo) e, fumando la sua ennesima sigaretta, li diceva apertamente che aveva quel cancro alla vescica che, al momento «non era possibile curare». Ma questa è un’altra storia]. Io, nel frattempo, passavo molte delle mie giornate nella grandissima casa dei miei nonni materni. Lì c’erano il nonno e gli zii che non fumavano e la nonna, la bisnonna e la zia più giovane (ancora di nascosto) che fumavano. Così pare che un giorno, vedendo un tale che fumava, io abbia detto: «ma, nonna, anche gli uomini fumano?».

Molti anni dopo ho fatto anch’io il medico. Non ho mai fumato tanto in vita mia quanto nei turni di notte del reparto di urologia, durante l’ultimo giro di corsia, in prossimità del sonno che non arrivava mai, con i pazienti nervosi o doloranti che fumavano e scambiavano volentieri con te una sigaretta, e come potevi dire di no a una sigaretta ricevuta da un vecchio che il giorno dopo sarebbe andato sotto i ferri per un brutto cancro alla vescica (tipico nei forti fumatori)? Dovevi accettarla come una benedizione, riceverla insieme all’accendino, tirare fuori la lingua e leccarla per bagnarla un po’, così bruciava lentamente, con fuoco terso e scuro, e prolungavi la tua conversazione finché il paziente, dopo aver “scambiato” con te quattro chiacchiere e una sigaretta, andava a letto un po’ più sereno. Ancora oggi, quando torno a Tirana e, seduto in un bar, mi viene voglia di fumare una sigaretta che non ho, mi avvicino a un tavolo con sopra un pacchetto e chiedo gentilmente se posso prenderne una. Allora sento rispondermi, tra stupore e irruenza, con questa frase un po’ sessista: «alla donna a letto e per il pacchetto sul tavolo non si chiede il permesso».

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